Per quanto ci siamo nati dentro, l’usa e getta è un’invenzione recentissima nella storia dell’umanità

Quando è nato e perchè?

Non è facile riuscire a sostenere la produzione un oggetto destinato ad un solo utilizzo – e infatti fino a 70 anni fa non si era trovata la quadra: ogni nonno ci può raccontare che quando era piccolo i contenitori duravano più del contenuto. Si andava al mercato con il cesto di vimini, il lattaio versava il latte nel secchio, finito il fiasco di vino lo si riempiva dalla damigiana: non era ecologia, era che il cesto di vimini, il secchio e la bottiglia costavano molto più della frutta, del latte e del vino!

L’industrializzazione e l’invenzione delle plastiche hanno abbattuto così tanto i costi marginali da far assorbire il costo del contenitore nel prezzo del contenuto, che “non avendo un costo” può essere in comodità buttato dopo l’uso. Nasceva il concetto di monouso, il design dell’imballaggio, la piaga della spazzatura. Mia nonna me lo racconta: quando ero piccola non producevamo scarti, sotto il lavandino tenevamo le patate, non il secchio della spazzatura. Nel cortile del palazzo non c’erano bidoni, le bucce di patata si bruciavano nel camino e una volta all’anno passavano gli spazzacamini, non il camion dell’immondizia ogni giorno.

Ma l’usa e getta non costa così poco, nessuno si è mai illuso: evidentemente l’eterna riproduzione di contenitori monouso è meno conveniente della produzione e l’ammortamento di un contenitore multiuso: in un tempo ragionevole si va a breakeven e da lì in poi l’utilizzo del contenitore è virtualmente gratuito.

Ma conviene?

La verità è che usa e getta è conveniente perché ci fa risparmiare tempo, non soldi. E il tempo, non i soldi, sono il bene che è venuto a mancare negli ultimi decenni: anche questo mi racconta mia nonna. C’era un tempo per andare a raccogliere le castagne, un tempo per bollirle e farne farina. C’era un tempo per andare dal calzolaio, e poi dal fruttivendolo, e poi dal panettiere. C’era un tempo per rammendare le calze e un tempo per imbottigliare il vino. E tutto questo non la domenica per stare in compagnia, ma il martedì come parte della normale amministrazione. Tutti questi tempi della giornata sono stati sostituiti da quelli che chiamiamo servizi, e tutti i servizi da qualche parte fanno uso di contenitori o addirittura prodotti usa e getta: servizio e scarto sono due facce della stessa medaglia.

Il costo nascosto

Il super servizio di questa nuova società è quindi la raccolta rifiuti, cioè lo spostare le carcasse dei prodotti monouso dalle nostre case a luoghi più consoni. Fino ad oggi il costo di questo super servizio è stato accettabile, ma ora non lo è più: nel piccolo, le tasse dei rifiuti si impennano ogni anno; nel grande, l’inquinamento minaccia interi sistemi economici.

Possiamo tornare indietro?

Tornare indietro è impossibile, lo dice anche mia nonna. Quel mondo lì non esiste più, è stato spazzato via come sono stati spazzati via gli Assiri e i Babilonesi: i nostri nonni sono depositari di una civiltà ormai scomparsa. Né vorremmo tornare indietro: la nostra civiltà è immensamente più frizzante, veloce, libera della loro. Siamo assuefatti a questo ritmo, e dopo un giorno in quel passato ci attaccheremmo direttamente alla damigiana per farci passare la noia.

Ma anche oggi, anzi oggi più che mai, ci sono margini di miglioramento: l’ottimizzazione dei processi di smaltimento e l’invenzione di materiali da imballaggio meno costosi da smaltire. Ma la contromisura all’usa e getta più radicale è il vuoto a rendere, un piccolo espediente finanziario che semplicemente elimina lo scarto, non lo ottimizza.

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